Tanger en Italie
Le voyage intérieur de Mohamed Hakim Akalay
Tangeri in Italia
Il viaggio interiore di Mohamed Hakim Akalay
MOHAMED HAKIM AKALAY (1944-2010), che amava definirsi 'italo-berbero', proveniva da una famiglia del Rif marocchino. Di cittadinanza italiana, pittore, scultore, fotografo, poeta e romanziere, questo creatore poliedrico viveva e lavorava a Spello, vicino a Perugia, tormentato dalla nostalgia per Tangeri, la sua città, e per l'Andalusia che, diceva, i suoi avi avevano reso splendente. E oltre le epoche 'benedette', dalla miseria e dalla sofferenza — ma anche dalla dignità — degli uomini e del mondo di oggi, di cui tutta la sua opera testimonia con una bellezza e una terribile acutezza.
Note : Textes originaux en romain, traductions en italique. | Nota: Testi originali in tondo, traduzioni in corsivo.
"Traversée de l’œuvre de Hakim Akalay", Carla Caroli [2:28].
Grand merci, Carla.
La peinture d’Hakim Akalay brûle, mais son incandescence ne parvient jamais à abolir la masse obscure qui l’habite. Combat tellurique des dieux et des démons. VS.
"Tra i quadri di Hakim Akalay", Carla Caroli [2:28].
Grazie mille, Carla.
La pittura di Hakim Akalay brucia, ma la sua incandescenza non riesce mai ad abolire la massa oscura che la abita. Lotta tellurica di dei e demoni. VS.
Sous le ciel de l'exil
De peines d'amertumes constellé
Je chante mes souffrances
aux dieux des nuées
Sur des autels mensongers
Ma tragédie écrite et orchestrée
Par des mains assassines…
Sotto il cielo dell'esilio
Di pene di amarezze stellato
Canto i miei dolori
agli dèi di nebbie
Su altari menzognieri
La mia tragedia redatta ed orchestrata
Da mani assassine…
Mohamed Hakim Akalay, Ombre Nascoste, Poesie, Stamperia del Comune di Perugia, Febbraio 2002. Traduction de VincentSteven.
LA MAISON DE TANTE R'HIMO | Le texte, que nous donnons ici dans une version bilingue, a fait l’objet d’une traduction française en 1996, alors qu’il était encore inédit. Aujourd’hui, il est publié dans sa version originale italienne, dans un recueil de quatre récits (racconti) comprenant en outre : “La sacra iniziazione”, “La thaymùma”, “Mù Zina” et une belle préface de l’éditeur Sandro Allegrini, dans “Cinque perle d’argilla” édité aux Edizioni Orient Express à Castel Frentano (Italie), en juin 2005 (96 pages, ISBN 88-8849-26-X). Les divergences qui peuvent apparaître entre l’original et sa traduction relèvent du remaniement que l’auteur a effectué lors de la publication, mais en attendant une éventuelle révision de la traduction — qui fut aussi réécriture par l’auteur —, nous maintenons la version initiale. Peut-être vaudrait-il mieux parler d’ailleurs d’adaptation en français. VS.
LA CASA DI ZIA R'HIMO | Il testo, che diamo in una versione bilingue, è stato oggetto di una traduzione francese nel 1996, mentre era ancora inedito. Oggi è pubblicato nella sua versione originale italiana, in una raccolta di quattro racconti che comprende inoltre: “La sacra iniziazione”, “La thaymùma”, “Mù Zina” ed una bella prefazione dell’editore Sandro Allegrini, in “Cinque perle d’argilla” pubblicato dalle Edizioni Orient Express a Castel Frentano, nel giugno 2005 (96 pagine, ISBN 88-8849-26-X). Le divergenze che possono apparire tra l’originale e la sua traduzione dipendono dal rimaneggiamento che l’autore ha effettuato all’atto della pubblicazione, ma in attesa di un’eventuale revisione della traduzione — che fu così riscrittura da parte dell’autore —, manteniamo la versione iniziale. Forse varrebbe la pena parlare d’adattamento in francese. VS.
LA MAISON DE TANTE R’HIMO
Le silence submerge. Le silence est absolu. Le silence est miroir où peur et joie alternent dans la vie.
Un chant de canaris, un roucoulement de tourterelles passent pour bruissements en cette interminable allée du néant. Le silence. Seul le chant de ces oiseaux, de sa faible haleine de peine, ose effleurer cet immense roc. Le silence.
Le silence en la maison de tante R’Himo est culte, est concentration.
Le silence, c’est entrer, sortir, par les méandres de l’esprit, comme le fil d’or dans les douces chairs du velours abandonnées entre les mains de Tante R’Himo.
Le silence, c’est creuser les ombres de la pensée, soit en plumes de paon, soit en racloir ; c’est entrer dans les entrailles du doute et de l’absolu.
Nous, enfants-adolescents, anges-démons, plus démons qu’anges, pour rester dans le lexique des parents, sous la lourde cape du silence, nous contemplions et épiions du haut du darbùz*, à la dérobée, comme lorsque l’on vole dans la tirelire d’un frère. Nous contemplions les jeunes apprenties, engagées pour apprendre l’art de la broderie dont Tante R’Himo est la maîtresse avec rigueur et discipline. Le silence puissant et majestueux ne peut rien contre nos regards qui, précocement, sont à la recherche de coïts imaginaires.
Regard croisant un regard. Sourire croisant un sourire. Les filles s’excitent de notre présence. Le silence devient moins dur. Il nous fait un clin d’œil et se donne pour complice. Le silence est happé par nos regards. Le silence devient parole de soie pendue au fil d’une coquetterie qu’effleure la malice. Grimpés tout le temps au haut du darbùz mon cousin et moi, incestueusement, nous frottons nos regards aux douces formes féminines. Surtout à leurs seins. Les filles s’en sont aperçues. Elles se sont rendues compte de notre présence, à coups de coudes, complaisantes, elles acquiescent. Elles ouvrent l’éventail du jeu.
Tante R’himo, tête et yeux baissés sur le fil d’or et le velours vert-noir, ne s’aperçoit pas ce doux et imaginaire trafic légitime des sens.
Mille et un miroirs de désirs ardents enivrent le silence et ces lieux de la maison de Tante R’Himo, autel de nos premiers battements qui souvent demeurent brisés par ce jeu.
Mohamed Akalay
Traduit de l’italien par l’auteur et VincentSteven.
* Main courante en bois et fer forgé
LA CASA DI ZIA R'HIMO
Il silenzio incombeva. Il silenzio era assoluto. Il silenzio era uno specchio steso, sul respiro di un orizzonte ove malinconia e gioia si alternavano. Il cinguettio di un canarino, il tubare di una tortorella, nella tenera frescura, faceva da sfondo all’interminabile viale del nulla: il silenzio.
Solo il fragile respiro delle tortorelle e il cinguettio dei canarini impazziti erano capaci di sconfiggere e demolire il gigantesco macigno che copriva anche i canti degli abissi. Il silenzio era ovunque, acquasantiera negli angoli della concentrazione. Il silenzio, a casa di mia zia R’Himo, era culto in un tempio di seta e velluto. Il silenzio era un entrare ed uscire dai meandri della mente e dell’intelligenza, come appunto il filo d’oro, guidato da un ago sapiente, eseguiva con la massima leggerezza un valzer sul tenebroso velluto. Il silenzio scavava con piume di pavone, là dove le ombre sussurravano al pensiero parole di brezza.
Navigare, aleggiare, percorrere viscere delle più scabrose e complesse fantasie, per poi trovarsi di fronte ad un velo impenetrabile: il silenzio. Sogno e realtà passavano attraverso delicate dita, senza mai afferrarle.
Noi nel silenzio, noi e il silenzio, bambini-adolescenti, farfalle e fiori, contemplavamo dall’alto del darbùs*, con malizia angelica, l’acquario delle emozioni. In sotterfugio, come quando si rubavano degli spiccioli dal salvadanaio del fratello, osservavamo con il Fato più pesante di quello del silenzio. Osservavamo. Osservavamo attentamente tutto, senza fiatare, senza proferir parola per gelosia del silenzio. Il silenzio era, comunque, al corrente di tutto, e solo esso era detentore dei segreti, i nostri segreti.
Nell’acquario-patio, piccole sirene apprendiste si muovevano con grazia e delicatezza, impegnate nell’arte del ricamo. Una per volta si chinavano sulla loro Maestra, nostra zia R’Himo, perché potesse controllare, consigliare le loro opere e, come una badessa, con il capo e le mani, dare loro esaurienti spiegazioni.
Una luce magica entrava dall’alto del terrazzo, illuminando tutto il patio, a far scoppiare dal ridere tutti i muri tappezzati di maiolica. Il silenzio così poderoso, così avvolgente, non poteva nulla contro le risate della maiolica né contro le nostre furbesche occhiate, in caccia di complici sguardi e coiti immaginari.
Sguardo incrociava sguardo. Sorriso sfiorava l’altro. Le sirene apprendiste si agitavano alla nostra presenza maschile senza turbare minimamente il silenzio né attirar l’attenzione della loro Maestra.
Il silenzio si faceva allora meno duro, ci strizzava l’occhio e si dava per compagno e complice alla nostra nobile impresa. Il silenzio divenne parola di seta appesa al filo di una civetteria tutta d’oro ed argento. Arrampicati sempre in alto sul darbùs, mio cugino ed io, incestuosamente, strofinavamo i nostri sguardi, come limoni contro il rame, su quelle forme così tenui, così dolci, così femminili. Le fanciulle apprendiste si erano accorte dei nostri intensi sguardi e, a gomitate consenzienti e compiaciute, aprivano il ventaglio di un gioco infinito.
La zia non si era mai accorta di questo dolce e immaginario traffico legittimo dei sentimenti, vecchio quanto la barba del deserto, che spesso si trasformavano in torrenti d’amore lungo il sentiero del silenzio.
Mohamed Akalay
* Corrimano in legno e ferro battuto.
Textes initialement publiés avec l’amicale autorisation de l’auteur, Mohamed H. Akalay, 2006. Tous droits réservés.
Illustration : acrylique sur papier de l’auteur, collection particulière, VS.
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